Peppino Mazzotta : “il teatro, una missione di vita”

13 marzo 2012 - cultura
Tags: , , , ,

L’attore si racconta e spiega il valore della drammaturgia e del teatro nell’era multimediale.

In occasione dello spettacolo teatrale Radio Argo, in scena al teatro Cucinelli di Solomeo (Perugia) il 1 marzo 2012, il gruppo di FuoriCampus ha intervistato Peppino Mazzotta, di cui è interprete e regista. L’artista ci ha raccontato la sua vita di attore poliedrico tra teatro, cinema e tv.

Lei è attore di cinema, teatro e tv: quale di questi palcoscenici preferisce?
Non ho una preferenza. Ho cominciato con il teatro poi mi è capitata la fortuna di trovare un felice incontro con la televisione e poi è nato un po’ di cinema. Alla fine il nostro mestiere è sempre lo stesso: cambia il mezzo ma poi, di fatto, bisogna sempre studiare dei personaggi, capirli e “restituirli”. La forma cambia perché ogni mezzo deve essere stimolato in modo diverso per ottenere il risultato ma il lavoro che facciamo è sempre lo stesso.

Il regista con cui sogna di lavorare e il ruolo che sogna di interpretare?
Al cinema mi piacerebbe molto lavorare con Paolo Sorrentino, mio amico con cui non ho mai lavorato: perché penso sia una delle eccellenze del cinema italiano e non solo, anche europeo, visto che ha stravinto tutto ciò che si poteva vincere.

Quale valore comunicativo oggi conserva il teatro nella cosiddetta era della multimedialità?
È complicato: il teatro è un posto strano perché ancora offre un’esperienza unica che è quella di condividere un tempo insieme. Come diceva G. Vacis tempo fa: “il teatro è l’unico posto dove ancora si può ascoltare chi ascolta, perché l’attore ha la possibilità di ascoltare chi lo sta ascoltando, cosa che gli altri mezzi non riescono a fare, non avendo la condivisione del tempo”.

La passione per la drammaturgia come nasce?
Nasce una decina di anni fa. Prima facevo il lavoro in maniera classica: ero uno scritturato, facevo tournèe, ho interpretato tutti i testi classici possibili. Poi ho cominciato ad avere contatti con la drammaturgia contemporanea italiana, con quelli che io chiamo i “viventi”, ed ho cominciato a cercarli perché in Italia non c’è una situazione di difesa di queste persone ed io sono stato fortunato perché quelli che ho trovato erano tutti molto bravi. Ho cominciato con Letizia Russo (premio Ubo), che ora vive e lavora in Inghilterra e scrive in inglese, è un talento straordinario. Ho fatto poi i testi di Mimmo Borrelli, Francesco Suriano e Igor Esposito. Mi piace e in un certo senso lo vivo come se fosse una missione, perché in un paese che ignora la voce degli scrittori viventi si perde qualcosa di molto importante. È importante ascoltare le voci contemporanee perché ci fanno vedere quello che a noi sfugge.

Tra i tanti ruoli interpretati quale sente appartenerle di più?
Ne ho fatti tanti ma un’esperienza forte che ricordo è stato quando ho interpretato il “Tartufo di Moliére”, con la regia di Toni Servillo nel 2000: esperienza particolare perché m’incontravo con un gigante della scena italiana. Toni mi ha insegnato tanto. Io facevo Tartufo e con questo personaggio sono entrato nella storia del teatro mondiale perché sono il più giovane attore ad aver interpretato, in una produzione importante, questo ruolo: perché di solito è dato ad attori più maturi, è un’esperienza molto forte, un lavoro molto duro che mi ha fatto crescere in fretta rispetto all’età che avevo.

Lei ha recitato in dialetto calabrese: pensa che il teatro possa servire alla sua valorizzazione?
Io sono calabrese, i dialetti hanno qualcosa che l’italiano non ha, perché sono lingue organiche. L’italiano è una lingua formale e per un attore recitare una lingua organica è molto più semplice perché contiene una serie di suggestioni; con l’italiano è più difficile, bisogna fare fatica e cercare di reinventarlo e oggi molti drammaturghi stanno cercando di farlo, di ricostruirlo come lingua teatrale e il dialetto questi problemi non li ha. Io sono assolutamente a favore dei dialetti. A tal proposito ho fatto uno spettacolo molto divertente a Londra che s’intitolava “Roba fumo”. Era con i sottotitoli, c’era un’enorme platea e succedeva che le risate arrivavano in ritardo perché io facevo la battuta, loro leggevano i sottotitoli e poi ridevano; ma già a metà spettacolo le risate erano in coincidenza tra battuta e risata e a fine spettacolo non leggevano più. Anche qui il meccanismo di comunicazione che è scattato è andato oltre la questione della parola e ci siamo intesi. C’è una possibilità di intendersi oltre a quella verbale e con il dialetto si fa, invece con l’italiano forse è più difficile.

Intervista a Peppino Mazzotta

5 marzo 2012 - cultura, teatro, televisione
Tags: , , , ,

Peppino Mazzotta, intervistato dal team di Fuoricampus, racconta le sue esperienze d’attore.